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La Marcia della pace serve?
Marciare per la pace non basta più. E forse non è mai bastato
Piove. E la pioggia, paradossalmente, è la parte più sincera della marcia per la pace di Catania.
Perché cade senza chiedere permesso, senza chiedere consenso, senza aspettare che qualcuno la interpreti.
La pace, invece, sembra aver bisogno di mille giustificazioni, mille cornici, mille intenzioni pure per essere pronunciata.
E allora eccoli, gli ombrelli arcobaleno: belli, gentili, simbolici.
Ma anche tremendamente insufficienti.
La marcia avanza, e con essa avanza una domanda che nessuno vuole davvero affrontare:
la pace che celebriamo è una forza o un alibi?
Carla parla della pace come di un “dono di Dio”.
È una frase che scalda il cuore, certo.
Ma la filosofia ci insegna che ciò che consola spesso ci addormenta.
E la politica ci ricorda che ciò che non si costruisce, si perde.
Se la pace è un dono, allora chi la rifiuta?
Chi la tradisce?
Chi la difende?
La spiritualità è preziosa, ma quando diventa un rifugio rischia di trasformarsi in una forma elegante di impotenza.
Luisa, 71 anni, non parla di pace: la pratica.
Carcere, giustizia riparativa, accoglienza.
Lei non marcia per sentirsi buona: marcia perché sa che la pace è un lavoro sporco, quotidiano, faticoso.
E quando dice che “se non cambiamo il dentro, non cambiamo le strutture”, dice una verità che molti pacifisti non vogliono ascoltare:
E trasformare significa confliggere, scegliere, esporsi.
Don Ciotti rompe l’armonia della marcia con una parola che molti evitano: rapimento.
Non “arresto”, non “detenzione”, non “caso diplomatico”.
Rapimento.
E qui la filosofia politica è chiara:
non esiste pace senza giustizia.
Non esiste pace senza la capacità di chiamare le cose con il loro nome.
Non esiste pace se la neutralità diventa complicità.
La marcia, in quel momento, smette di essere un rito e diventa un atto politico.
Ma solo per un istante.
Maria Laura dice che la marcia è soprattutto preghiera.
E la preghiera è un gesto nobile, ma non può sostituire la responsabilità.
La pace non è un balsamo per le ansie del cuore: è un progetto per il mondo.
La religione consola, ma la politica costruisce.
E senza costruzione, la pace resta un desiderio.
Mari e Franco portano una bandiera, ma soprattutto portano un esempio:
i portuali che rifiutano di caricare armi.
Questa è pace.
Questa è disobbedienza civile.
Questa è politica nel senso più alto del termine.
La loro presenza ricorda una verità che molti pacifisti evitano:.
La marcia di Catania è stata un gesto sincero, umano, persino commovente.
Ma è stata anche un gesto incompleto.
Perché la pace non nasce dai buoni sentimenti.
Non nasce dai canti.
Non nasce dagli ombrelli colorati.
La pace nasce quando la società civile smette di essere simbolica e diventa efficace.
Quando la spiritualità smette di essere consolazione e diventa responsabilità.
Quando la testimonianza smette di essere un rito e diventa un rischio.
La marcia è un inizio.
Ma la pace comincia il giorno dopo, quando la pioggia è finita e non ci sono più ombrelli a cui aggrapparsi.
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